Escolha o idioma para ler esta história
Un piccolo incidente
Nel 1970 non c’erano le regole di oggi, e io ne approfittavo con grande entusiasmo. Ero giovane, avevo un appuntamento in una città vicina, affari o divertimento, non ricordo, e correvo. Esageratamente, dicono. Io dico con convinzione.
A un incrocio una signora in bicicletta decise di attraversare. Io decisi di non investirla. Il palo, purtroppo, non fu consultato. Lo spaccai in due.
Cinture di sicurezza? All’epoca non erano certo una preoccupazione come oggi, e io non l’avevo. Così il parabrezza ricevette la mia testa e si arrese. Io pure, e persi i sensi.
Poco dopo arrivò una pattuglia, vide com’ero ridotto e pensò bene di portarmi nell’ospedale migliore che c’era. Mi svegliai mentre mi cucivano.
«Quanti punti?»
«Ventisette. Ma ce ne sono ancora, perciò continua a dormire.»
Giuro che non ho mai ubbidito a un ordine con tanta puntualità.
La camerata
Alle due di notte mi svegliai con un bisogno urgente. Provai a scendere dal letto, ma ero debole come un grissino: caddi con un fragore che svegliò mezza camerata. Arrivò subito la suora che faceva da infermiera, con un pitale in mano.
«Devi farla qui. Alzarti in queste condizioni, assolutamente no.»
Capii subito due cose: in quel posto comandavano le suore, e la mia dignità sarebbe rimasta fuori.
Elettrodi e avventure
Il lunedì mi portarono a fare l’elettroencefalogramma. Me lo facevano due belle ragazze, che mentre mi attaccavano gli elettrodi raccontavano le loro avventure del fine settimana. Io ero a digiuno. Loro erano piene di innamorati. Potete capirmi.
«Stai calmo, eh», mi fa una.
«Sono calmissimo», dico io. «Sto sentendo che ve la siete passata bene.»
Risero. Io no: avevo gli elettrodi che ballavano.
Poi mi dissero che serviva un altro esame, semplicissimo: un martelletto sotto il ginocchio, e la gamba doveva scattare. Ogni giorno scendevo per farlo. Ogni giorno aspettavo. Il medico non aveva mai tempo. La mia gamba, invece, ne aveva moltissimo.
Il linguaggio
Una sera la suora mi si avvicinò.
«Mio caro ragazzo, di notte sei sempre molto agitato e dici parolacce.»
«Madre, io non sono una persona che dice parolacce.»
«Eppure, figlio mio, nel sonno ne dici, e anche violente. Io sono una suora: non puoi offendere il nome di Dio invano.»
Capii allora che erano proprio parolacce. In quel periodo ero molto volgare. Poi ho smesso. Quasi.
I cioccolatini
Un giorno venne a trovarmi una persona con una scatolina di cioccolatini. Mi raccontò che la signora, quella che non avevo investito, piangeva in un angolo, convinta che la colpa fosse sua. Non poteva venire a trovarmi: sarebbe partito un procedimento amministrativo, con tutte le spese a suo carico, palo compreso.
«Ragazzo mio, se tu non correvi tanto, non sarebbe successo niente. Nel verbale abbiamo scritto che stiamo indagando ma non siamo riusciti a risalire alla causa. Il nome della signora non lo mettiamo. Era una povera donna con la spesa in mano. È stata soltanto una fatalità.»
Era una persona giusta, e glielo dissi. Mangiai anche i cioccolatini, per rispetto.
Le Messe
Arrivò la domenica, e la suora si sedette accanto a me.
«Figlio mio, è l’ora di pregare.»
«Madre, mi sento molto male.»
Mi guardò come una mamma che ha già visto questo film. Io non ero così cattolico da sentire il dovere di pregare, e lei lo sapeva.
La domenica dopo, all’ingresso della camerata, cominciò un gran movimento: portarono un tavolino e lo addobbarono, ed entrò un padre. Capii subito dove voleva arrivare. La madre mi prese per un braccio e mi tirò giù dal letto.
«Oggi non scappi. Ho fatto venire il padre proprio qui.»
E dovetti pregare. Mi viene ancora da ridere: severa, ma buona.
L’ascensore
In quei giorni mi veniva a trovare una ragazza che frequentavo. In camerata non c’era un posto dove stare soli, e fra noi c’era ancora un po’ di timidezza. Un giorno trovammo un ascensore vuoto e, tra un piano e l’altro, lo fermai.
Cominciammo una pomiciata, ma non facemmo in tempo a gustarcela: qualcuno bussò con forza da giù. Ripartimmo di colpo. Lei era diventata rossa. Io, beh, ero giovane: non so se lo ero anch’io, e non voglio ricordarlo. Uscimmo dall’altra parte, senza voler sapere chi aveva bussato.
La libertà
Dopo quasi ventuno giorni ero stufo. Avevo punti anche sul sopracciglio.
«Figlio mio, quando ti dimettono? Stai bene.»
«Madre, non posso firmare. Devo aspettare quell’esame.»
«Prepara la valigia, che il problema lo risolvo io.»
Alle quattro il medico era lì. Un colpetto sotto il ginocchio, la gamba scattò alla perfezione, firma, dimesso.
Tre settimane di attesa per un secondo di martelletto. All’epoca chi comandava erano le suore, e anche i medici ubbidivano.
Avevo poca roba: qualche vestito che la mia amica mi aveva portato. Mia mamma non sapeva niente, e prima di uscire cercai di coprire i punti sul sopracciglio con qualcosa di nero.
Andai a casa sua, in un’altra città, a convalescere.
Mia madre, donna intelligentissima, capì subito che avevo combinato qualcosa. Fece finta di niente. Era una santa.
Alla signora con la spesa non ho mai potuto dire né grazie né scusa: non l’ho mai vista, né l’ho mai conosciuta.